Recensione del concerto dei Rolling Stone – Lucca 23/09/2017

C’è un giorno nella vita in cui un amico ti regala un biglietto per il concerto dei Rolling Stones a Lucca, poiché un altro amico ha avuto un serio contrattempo. Come rifiutare? Benché io già con tre ernie incombenti e disfunzioni del metabolismo, vecchio astioso, invidioso musicista da quattro soldi assolutamente contrario ad alimentare questo italico baraccone delle prevendite, comprare con mesi di anticipo biglietti che costano due volte e mezzo quello che chiedevo l’anno scorso per suonare cinque ore consecutive (ora ho smesso), e magari va a finire che quel giorno ho la caghetta trasparente.

Dunque mi trovo a Lucca alle ore 13 dopo aver parcheggiato in un bel parcheggio coperto prenotato online che dista 2 km dalla venue. Sembra funzionare tutto molto bene, tutto liscio, anche al box office in pieno centro città, dove si scambia la mail con i biglietti pacchetto VIP Paint It Black, gli ultimi biglietti che l’amico ha trovato disponibili su Ticketone a 275 euro cadauno. Sul biglietto c’è scritto il prezzo, 115 euro. Mi sa tanto di evasione fiscale splendida splendente, faccio cerchi con la mente ma Lucca è molto bella e non ho voglia di approfondire. In giro c’è anche Roberto D’Agostino.

Scorrendo molto tranquilli ed ordinati entriamo nel Prato B (perché prato?). Credevamo di essere non dico tra i primi, ma giammai a circa 700 metri dal palco, dove alcuni tra i mille “steward” numerati ci ordinano con ferma gentilezza dove non stare. Anywhere but here. Non lì che è già murato. Seduti dietro la linea dei cavi. Non qui che intralci il passaggio. Insomma cerco qualche centimetro bianco su una ghiaia bianca che ti macchia di macchie bianche quando ti ci butti stanco flagellandoti chiappe, anche e zona lombare, tra sosia di Andrea Roncato e degli ZZ Top, settantacinquenni con la maglietta azzurra a righine bianche e la faccia da briscola, giovani virgulti sdraiati a tutta lunghezza tra cui donne che si lasciano calpestare i dorati lunghi capelli dagli Erranti in cerca di un senso e di un posto. Mentre sono seduto sui ceci bianchi arrotolando su sè stessa la colonna vertebrale mi scavalca uno che indossa la maglietta dei Can come me, unici tra 60.000 linguacce rosse, allora lo afferro con affetto e gli mostro la mia: mi dice “Sì, mi sa che abbiamo sbagliato qualcosa”. Invidia tangibile per i pochi negli altri settori, persino voglia di tribuna ancor pi˘ lontana e semideserta. Passano i venditori deambulanti di birre e panini seguiti come tanti pifferai magici da un serpentone di Erranti, ma verso le 18 voglio vedere cosa c’è nei banchetti laterali e divento anch’io un Errante, riempiendo saltellante i buchi tra la gente e i plaid. Per bere e mangiare bisogna prima cambiare gli euro in gettoni, minimo 5 token = 15 euro: faccio conti complicatissimi (panino due token, acqua mezzo token, ma i token non si spezzano), spesa per due e ritorno ad Errare tenendo in mano un bicchiere di birra e due acque senza tappo, e una focaccia al prosciutto infilata nel marsupio (marsupio di dimensioni inferiori ad un foglio A5 come imposto nel video di istruzioni al concerto) che sfrego contro i culi di decine di persone mentre cerco di ritrovare la zona in cui mi trovavo con il mio amico senza rovesciare liquidi su nessuno nonostante le gomitate, frenate, accelerate e sterzate improvvise.
Enorme dispiacere non aver potuto portare una fotocamera per immortalare le facce, e l’agonia della batteria dello smartphone morta verso le 17.

Che stiamo a fare qui, siamo stretti e non si vede niente, spostiamoci. Cerchiamo invano un paio di posizioni dove si possa respirare meglio, quindi scegliamo di uscire dall’area Prato B (perché prato?) attraversando una strada e sistemandoci all’estremità destra seduti su un tavolo del baracchino ritiro gadgets (a noi del VIP package ci hanno fatto “omaggio” di una bella borsa contenente poster, portafoglio, portachiavi, quadernone in copertina rigida e finto VIP pass). Tra noi ed il perché prato, lungo la strada, popolazioni che sfilano in due direzioni cercando un luogo presso cui sistemarsi ad ignorare il concerto. Due ragazze vestite con costumi da panda, due sposi che festeggiano coi parenti, ottantenni col deambulatore, una donna in acido che regge sul braccino alzato una sportina e si ferma stortina sorridendo al vuoto, infermieri che corrono trasportando su lenzuoli gente svenuta, Kris Kristofferson, Viggo Mortensen, David Gilmour, Carla Bruni, Frank Black, Gaff, Harry Bryant, J. F. Sebastian, molti ubriachi fradici, gattare, sessantenni belgi, John Cooper Clarke con le stampelle, Nancy in fix appoggiata a Syd, tutti paganti immagino.
Vicino a me uno steward di Imola ha meritato la dannazione eterna di dover impedire il passaggio dietro i banchi del cibo, cosa che inspiegabilmente tutti desiderano fare – non prima di aver inciampato sulle mie scarpe, sia all’andata che al ritorno.

Comincia il gruppo spalla, The Struts. Non che l’audio si senta molto bene, ma pare che sembrino i Rolling Stones.
Finalmente tutto diventa rosso e arriva Mick Jagger sul giro percussivo di Sympathy For The Devil. Si accendono i megaschermi nella loro pienezza ma non lo vedo manco lÏ, sar‡ l’astigmatismo. L’evento del secolo Ë l’entrata a gamba tesa di Keith Richards sull’inciso. Pleased to meet you e, complice il fonico, spara una schitarrata stronza a 195 decibel sovrastando tutti. Il miglior dito medio in musica della storia.

Il concerto prosegue come previsto, tenendo presente che non vedevo quasi niente e sentivo parecchio male. Ero in un’immensa festa dell’unit‡ tra gente che frulla a vuoto e la cover band degli Stones sul palco: invece erano proprio loro, un giorno me ne farò una ragione guardando qualche video. Di fronte a me un gruppo di 5 giovani ebeti che trascorrono tutto il tempo a farsi selfie, mostrarsi a vicenda le foto pubblicate su Facebook, chiacchierare dando le spalle al palco ma con la gambetta che tiene un ritmo, non si sa quale. Avranno pure pagato il biglietto anche loro. Una mamma posa a terra la bimba di un anno e la fa sgambettare, per mezz’ora. Un ebbro cavione sfonda il muro di bidoni in plastica con un vaffanculo e passa dietro ai banchi del cibo. Anche i venditori deambulanti di birre girano tra la gente ballando. Due steward scortano fuori un grassoccio bibliotecario con un occhio sbarrato e l’altro chissà dove, non uscirà mai più dal bad trip.
Non sono la persona più indicata per parlare del recente Blue & Lonesome di cui gli Stones eseguono un paio di brani; poi si passa ai quattro pezzi scelti dal pubblico che includono la sorpresa di As Tears Go By cantata in italiano, Con Le Mie Lacrime. Una gran Slipping Away cantata da Keith mentre Mick è uscito un attimo per una plasmaferesi. Gran impasto dei coristi, gran sax, pianista in forma, gran Darryl Jones al basso, ma come? lo ricordavo con Sting e Miles Davis ma sono già 23 anni che suona negli Stones; Charlie Watts offuscato dal fonico ma, ripeto, ero in una brutta posizione. Certo che sentire l’impianto fischiare tre o quattro volte suona un po’ peculiare, ad un evento del genere. Ronnie Wood esplode in un solo commovente su You Can’t Always Get What You Want, Keith spacca tutto con un altro solo usando tre note, le ho contate. I finali, come spesso accade, allegramente a cazzo. Tempi da palco dilatati o ignorati. Solo loro possono: e anche per oggi muoiono gli altri (cit.).

Ecco, al di là del bene e del male la setlist parla da sola:

Sympathy for the Devil
It’s Only Rock’n’Roll (But I like it)
Tumbling Dice
Just Your Fool
Ride ‘em on Down
Let’s Spend the Night Together
Con le mie Lacrime/As Tears go By
You Can’t Always Get What You Want
Paint it Black
Honky Tonk Women
Happy
Slipping Away
Miss You
Midnight Rambler
Street Fighting Man
Start Me Up
Brown Sugar
(I can’t get no) Satisfaction

Mentre gli Stones terminavano con i bis di Gimme Shelter e Jumpin’ Jack Flash ero già sulla via del parcheggio, riuscendo infatti ad evitare ogni possibile coda e tornare a casa in tempo utile per prepararmi uno spaghetto aglio olio e peperoncino, chiedendomi – quesito che già circola in rete da un po’ – che mondo stiamo lasciando a Keith Richards.

Riccardo Lolli

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